E’ arrivata l’ora in cui Napolitano veda le carte del M5S

In queste ore tutti danno per scontato che la proposta dei “cittadini” Crimi e Lombardi per un incarico di governo al M5S sia una boutade che Presidente Napolitano non prenderà in considerazione.

Tuttavia, se potessimo “vedere” la squadra di governo che il M5S intende proporre, potremmo forse iniziare capire qual’è il loro gioco: stanno bluffando o hanno un “poker” di statisti che potrebbero avere la fiducia delle due Camere?

Ma potremmo anche capire qual’è il gioco del PD, che da più di un mese afferma di volere salvare il paese più di ogni altra cosa: stanno bluffando anche loro o sono disposti a rinunciare ai loro interessi personali e alle loro poltrone, pur di contribuire a un cambiamento che potrebbe essere una svolta storica per il nostro paese?

Un intero paese ha la stessa angoscia di Franco in “Regalo di Natale”, combattuto dal desiderio di sapere se possiamo salvarci o siamo vittima dell’ennesimo imbroglio.

Sono momenti decisivi. Se vogliamo vedere il gioco del M5S, chiediamolo al Presidente Napolitano.

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Otto punti in nome di una responsabilità diversa

In questi giorni si è parlato molto del programma di governo con cui Bersani avrebbe “sfidato” Grillo. Per quasi una settimana sono trapelate vaghe mozioni degli affetti nel segno di un non meglio precisato senso di “responsabilità” per il paese, poi si è parlato di un programma di otto punti, anche se leggendo i giornali si faceva fatica capire quali e quanti fossero davvero. I punti non si riuscivano a capire nemmeno ascoltando direttamente Bersani, che – rivendicando un programma di “cose che si capiscano” – ne aveva parlato domenica scorsa con Fabio Fazio davanti a milioni di italiani e “per esser chiaro” aveva fatto l’elenco dei famosi otto punti:

  1. Legge contro la corruzione e contro la mafia
  2. Conflitti di interesse
  3. Costi, sobrietà della politica e legge sui partiti
  4. Interventi immediati sull’urgenza sociale… I comuni devono poter aprire gli sportelli sociali e fare un po’ di investimenti, le piccole imprese devono potere avere un po’ di pagamenti, e così via…
  5. Intervenire positivamente sull’economia… L’economia verde. Riabilitare il costruito e non consumare più il territorio. Si può partire subito…
  6. Diritti. Diritti di cittadinanza. Diritti delle coppie omosessuali. La scuola, l’abbandono scolastico, il diritto allo studio.

In effetti i punti si fermavano a sei, come quelli che più o meno si potevano ricavare dalle notizie dei giornali di lunedì. Bersani aveva detto che erano tutti “urgenti” e ribadito la sua intenzione di proporre un governo che si presentasse al parlamento con un programma “preciso, esigibile e limitato” su cui chiedere la fiducia. Verso la fine dell’intervista si era poi ricordato di un altro punto, che in realtà avrebbe dovuto essere il primo: andare in Europa e suonare “non un campanello”, ma (porco boia) una “campana” d’allarme per il clima di rivolta che sta esplodendo nei paesi periferici d’Europa.

Allora non era colpa dei soliti giornalisti cialtroni: il programma di Bersani era davvero vago e generico. A ben pensarci, però, potevano dircelo che gli otto punti non si capivano e sembravano la ricetta della pozione di Gargamella per attirare i Puffi nella palude: un po’ di investimenti qua, un po’ di pagamenti là, l’unione civile degli omosessuali, interventi positivi e verdi per l’economia, e dulcis in fundo una manciata di ingredienti (segreti) contro la corruzione, il conflitto di interessi e gli sprechi della politica, precisando però che i rimborsi elettorali non si toccano. E poi tutti a suonare la campana in Europa, con buona pace di Hemingway.

Sarebbe stato questo il programma di governo con cui Bersani avrebbe “sfidato” il M5S? A parte l’unione civile degli omosessuali – che è sì importante ma forse non così “urgente” – di cosa aveva parlato? Perché non aveva fatto una proposta “chiara” sul numero dei parlamentari, sui loro stipendi, sulla durata dei mandati e sul cumulo degli incarichi? E perché non aveva detto cose “che si capiscono” sull’economia, sul controllo dei mezzi d’informazione, sulla privatizzazione della Rai e sull’accesso a internet? Come faceva, poi, a sostenere che l’eliminazione dei rimborsi elettorali non è democratica, quando vent’anni fa gli italiani votarono in massa contro il finanziamento pubblico ai partiti, ma i partiti se infischiarono reintroducendolo allegramente con un nome diverso dopo meno di un anno? Quale modello di democrazia aveva in mente?

Era difficile che la ricetta di domenica potesse funzionare con quelle canaglie dei Puffi: ovviamente non si sono nemmeno avvicinati. Senonché ieri Bersani ha rilanciato la sua sfida al M5S descrivendo meglio i famosi otto punti:

  1. Uscire dalla gabbia di austerità dell’Europa
  2. Misure urgenti sul fronte sociale e del lavoro, quali titoli del tesoro per il pagamento di debiti della pubblica amministazione, potenziamento degli strumenti della Cassa Depositi e Prestiti, allentamento del patto di stabilità, allestimento di un programma per la banda larga e l’ICT, riduzione del costo del lavoro stabile, superamento degli automatismi della legge Fornero, avvio del processo di universalizzazione dell’indennità di disoccupazione e della spending review, riduzione e redistribuzione dell’IMU, esodati, tracciabilità fiscali, blocco dei condoni, rivistazione delle procedure Equitalia
  3. Riforma della politica, che prevede dimezzamento parlamentari, eliminazione delle province, riduzione dei compensi di parlamentari e consiglieri regionali fino a un livello pari a quello dei sindaci, disboscamento delle società pubbliche, revisione dei costi della burocrazia e doppi incarichi, legge elettorale come da proposta PD sul doppio turno di collegio
  4. Riforma della giustizia, che modifica la prescrizione di alcuni reati e inasprisce quelli di corruzione, autoriciclaggio, falso in bilancio, voto di scambio, voto di scambio mafioso e frode fiscale
  5. Legge sui conflitti di interesse, che riprende la proposta Elia-Onida-Cheli-Bassanini
  6. Leggi sullo sviluppo sostenibile, che prevedono detrazioni del 55% per ristrutturazioni edilizie per efficienza energetica, riqualificazione del costruito e recupero aree dismesse, bonifiche, smart grid, nuovo ciclo rifiuti
  7. Leggi sui diritti di cittadinanza per chi nasce in Italia e sulle unioni civili di coppie omosessuali
  8. Riforma dell’istruzione e della ricerca, che prevede norme contro l’abbandono scolastico, messa in sicurezza delle strutture scolastiche, organico stabile, eliminazione progressiva dei precari e reclutamento dei ricercatori

Finalmente incominciano a delinarsi contorni più precisi. Molti punti toccano temi centrali nel programma – ma soprattutto nel cuore – del M5S: reddito di cittadinanza, dimezzamento dei parlamentari e riduzione dei loro compensi, eliminazione delle province, legge elettorale, incandidabilità dei condannati e di chi è in conflitto d’interesse, sviluppo sostenibile, tutela dell’ambiente e del territorio. E poi c’è la “potente” metafora della “gabbia” europea, che si contrappone non solo alla “campana”, ma forse anche alle porte, finestre e ponti degli Euro. Non sia mai che il M5S si avvicini un po’ di più.

Tuttavia, attraverso i punti si intravede ancora la palude: provengono dallo sconfinato ricettario del programma PD (buono per ogni palato) e parlano la stessa lingua: “allentamento”, “allestimento”, “potenziamento”, “avvio”, “disboscamento”, “superamento”, “revisione”. Parole che rivelano idee disgregate e disomogenee che da anni vengono accolte indiscriminatamente, mentre Bersani si affanna a dire che la loro pluralità è la “ricchezza” che dimostra i valori “democratici” del PD. Tuttavia, a prescindere dai problemi pratici che ne discendono, ancora una volta: di quale “democrazia” parla Bersani? Di quella tutta “interna” al PD o quella che vorrebbero gli italiani? Perché la prima è quella che ha reintrodotto il finanziamento pubblico dei partiti dopo che gli italiani lo avevano bocciato, mentre la seconda è quella che vorrebbero gli elettori del M5S, e non solo. Non si può certo fingere di ignorare l’omissione dagli otto punti di una questione così centrale, che vede nell’abolizione dei rimborsi elettorali il suo ineludibile corollario.

L’incapacità del PD di accogliere la chiara domanda di democrazia diretta che arriva dagli italiani rischia di diventare la sua ennesima e clamorosa sconfitta. Eppure non c’è chi non abbia visto nei giovani del M5S la speranza di un futuro diverso, anche per chi ha ceduto alla retorica del “voto utile” per il PD. Come si fa a non essere trascinati dall’entusiasmo di così tante mamme, operai, impiegati, musicisti, creativi, studenti, precari, ragionieri, tecnici, volontari e altri ancora, così diversi dalle mummie della vecchia politica? Come si fa a non accogliere la loro domanda di democrazia aperta e partecipativa dove potremmo diventare un modello per tutti? Si stenta a credere che possa riuscirci proprio l’Italia, uno dei paesi più clientelari e corrotti d’Europa, ma non sarebbe bello provarci anche per questo?

Noi pensiamo, dunque, che un senso di responsabilità debba avvertirlo prima di tutto chi avrà l’incarico di formare il nuovo governo, dicendo “chiaramente” che cosa intende fare per gli italiani che credono nelle proposte del M5S, che non sono solo quelli che lo hanno votato. A questa persona, chiunque essa sia, chiediamo di accogliere con entusiasmo quelle più giuste e desiderate. Ne abbiamo trovato otto “che si capiscono” davvero e che potrebbero risolvere alcuni mali della politica da cui gli italiani attendono di essere “liberati” da qualcuno che si “arrenda”, come Badoglio.

Eccoli:

  1. Riduzione a due mandati per i parlamentari, allineamento del loro stipendio alla media nazionale e dimezzamento del loro numero
  2. Eliminazione dei contributi pubblici a partiti e giornali, con contestuale ampliamento delle organizzazioni a cui devolvere l’8 per mille
  3. Riforma della legge elettorale con (proponiamo noi) introduzione di un sistema uninominale a doppio turno per la Camera e per il Senato
  4. Introduzione di una “vera” class action, cioè di un sistema in cui i diritti e gli interessi collettivi possono essere tutelati su iniziativa del singolo anche nelle società quotate (cosiddetta “derivative action”)
  5. Piena trasparenza e accessibilità via web delle informazioni nella pubblica amministrazione, con possibilità di commentare le proposte di leggi e  provvedimenti durante il loro iter formativo
  6. Sviluppo economico e del territorio con priorità rovesciate: telelavoro prima delle infrastrutture di trasporto, prodotti e turismo locale prima delle destinazioni e cibi esotici, valorizzazione degli edifici esistenti prima delle nuove costruzioni
  7. Istruzione e ricerca fondata su modelli collaborativi e open source
  8.  Sanità fondata sulla trasparenza: liste d’attesa, principi attivi dei farmaci, costi delle strutture sanitarie
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Nuovi “mostri” o nuovi “giovani”?

Come si fa a essere d’accordo con Marchionne e Grillo? Basta non aderire al Pensiero Unico dell’Informazione e del Potere.

I due “mostri” mediatici della scena economica e politica si limitano a rivendicare idee condivise da gran parte degli imprenditori (quelle di Marchionne) e dei cittadini (quelle di Grillo). Il problema è che nessuna di queste idee è politically correct e, soprattutto, in ginocchio di fronte all’Informazione e al Potere.

Ma Marchionne e Grillo si comportano solo come “giovani” che non conoscono l’ipocrisia e ci invitano a constatare che il mondo è cambiato e il re è nudo. Che cosa c’è di indecente nel chiedere rapporti di lavoro che consentano di competere in un mercato sempre più globale? O un sistema di democrazia diretta che – anche grazie a internet – avvicini le decisioni politiche alla volontà dei cittadini?

Tutte le critiche a Marchionne e Grillo risalgono a una mentalità novecentesca, ormai superata dalla storia, mentre i “giovani mostri” si limitano a constatare ciò che sta già accadendo in tutto il mondo e che nessuno può arrestare, men che meno le classi dirigenti dei PIGS.

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Come distruggere il settore pubblico

Quasi tutti ritengono che l’inefficienza e l’ipertrofia del settore pubblico siano i problemi fondamentali dell’economia italiana.

Quest’opinione è testimoniata da tutte le notizie che quotidianamente ci scandalizzano: dai forestali calabresi, alle comunità montane, alle ostriche “di destra” e cozze pelose “di sinistra” (come le avrebbe chiamate Gaber).

Tuttavia, ogni giudizio di efficienza sul settore pubblico non può prescindere dalla sua funzione: non si può considerare “spreco” il sostegno a chi non riesce a trovare lavoro. Ed è difficile credere che i forestali calabresi o i dipendenti delle comunità montane riuscirebbero facilmente a trovarne un altro. Perché, quindi, considerarli “sprechi” del settore pubblico? Se il sistema deve farsene carico, non è meglio che almeno facciano qualcosa?

Gli economisti sostengono che la confusione fra ammortizzatori sociali e pubblico impiego sia dannosa, perché determina distorsioni nel mercato del lavoro e inefficienza: meglio più flessibilità, sostengono, e riqualificazione dove c’è la vera domanda, anche se il costo è lo stesso. Solo così potremo avere al tempo stesso occupazione ed efficienza.

A lungo termine.

Ma nel breve termine è improbabile che il settore privato riesca a riassorbire la disoccupazione creata dalla crisi e destinata ad aumentare per effetto di tagli alla spesa: l’economia è in caduta libera e non s’intravvedono nuove chimere – come la new economy o gli immobili purchessiano - che alimentino una ripresa tanto istantanea quanto effimera.

Almeno per ora, quindi, non sarebbe meglio tenerci anche i più pittoreschi dipendenti pubblici, piuttosto che pagarli per non far niente o per partecipare a velleitari programmi di riqualificazione?

Certo potremmo almeno incominciare a tagliare voci di spesa che non determinino aumenti automatici degli ammortizzatori sociali. Ma l’esperienza degli “esodati” ci insegna che c’è sempre qualcuno che ci rimette. E se non fossero i dipendenti (pubblici o privati) sarebbero i fornitori della pubblica amministrazione. Siamo sicuri che sia giusto tagliare la spesa in piena recessione? Non è il contrario di ciò che diceva Keynes?

Molti sosterrebbero che non abbiamo scelta: dobbiamo tagliare la spesa pubblica perché dobbiamo ridurre il debito, o – più democristianamente – perché ce lo chiede l’Europa. La teoria del “dobbiamo perché dobbiamo” – fondata su imperativi kantiani e quindi né dimostrabili né confutabili razionalmente – può solo essere accettata o rifiutata sulla base di convinzioni personali.

Altri sosterrebbero più “scientificamente” che tagliare la spesa serve anche - e per alcuni soprattutto - a ridurre le imposte. Tuttavia, persino uno studente di economia sa che non c’è differenza fra spesa pubblica e riduzione delle imposte, che non a caso è chiamata anche tax spending. Quindi, tagli della spesa mirati alla riduzione delle imposte sarebbero neutri dal punto di vista macroeconomico – almeno nel breve termine – ma restituirebbero risorse ai privati, sull’assunto che questi ultimi sappiano impiegarle meglio: è l’arcinota teoria della scuola economica di Chicago, adottata dalla destra repubblicana americana fin dai tempi di Reagan e più recentemente anche dalla nostra sinistra liberale. Ironicamente alcune tesi dei liberali di sinistra americani – come quelle di Krugman sulla politica monetaria e sulla bilancia dei pagamenti – assomigliano a quelle della nostra destra, ma questa è un’altra storia.

Ma è vero che un settore pubblico contenuto e imposte basse siano un bene per l’economia?

Preliminarmente occorre ricordare che gli economisti ritengono che il bene di un’economia consiste nella quantità di cose prodotte e consumate, a prescindere dalla loro allocazione, effetti durevoli ed esternalità. Si tratta ovviamente di una concezione puramente quantitativa e incompleta, che non tiene conto di importanti fattori distributivi e qualitativi. Ma limitiamoci per il momento a accettare questa prospettiva da “tubo digerente” di un popolo.

Non c’è dubbio che sul piano delle cose prodotte i privati abbiano dimostrato di essere più bravi ed efficienti del settore pubblico, soprattutto grazie al processo di “distruzione creatrice” Shumpeteriana che ha favorito la crescita delle idee migliori e delle imprese più efficienti. Tuttavia, non è detto che i privati siano altrettanto capaci sul piano dei consumi, come dimostrano non tanto le spese Fiorito, quanto quelle dei più sobri paesi del nord Europa.

Ciò si evince dalla pressione fiscale di gran parte dei paesi del nord Europa, che è pari o superiore a quella dell’Italia, soprattutto considerando che i dati non tengono conto del sommerso e la pressione fiscale potrebbe quindi essere sovrastimata per il nostro paese. Confrontando poi la pressione fiscale con il Pil pro capite dei paesi OCSE, si potrebbe addirittura pensare che le imposte siano un bene: i paesi con la pressione fiscale maggiore sono anche fra quelli con il Pil pro capite più alto.

Tutti, tranne l’Italia.

E quindi verosimile che l’anomalia dell’economia italiana dipenda non tanto dalla dimensione del settore pubblico, ma dal suo funzionamento, che produce non solo servizi pubblici inadeguati e inefficienti, ma spesso anche totalmente inutili, se non dannosi per l’economia.

E’ noto, poi, che il fallimento di gran parte dei tentativi di migliorare il funzionamento del settore pubblico è dipeso da un apparato burocratico rigido e clientelare.

In questo contesto la spending review potrebbe quindi essere utile non tanto per ridurre la spesa pubblica nel suo complesso, quanto per riallocarla più utilmente, innescando anche nel settore pubblico quei meccanismi di “distruzione creatrice” Shumpeteriana che hanno permesso ai privati di rinnovarsi e migliorare nel tempo.

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M5S e democrazia 2.0

L’offerta elettorale che si sta delineando per le prossime elezioni è sconfortante: ci toccherà votare fra chi è ormai allo sbando e travolto da costumi da basso impero, chi vagheggia giustizia sociale, crescita economica e rigore – spesso contraddicendosi, sempre confondendosi - chi si distingue per un’elegante assenza di idee e chi viene liquidato come rappresentante della cosiddetta antipolitica.

Se l’offerta elettorale dovesse rimanere questa, come è probabile, il M5S diverrebbe ben più che un’alternativa antipolitica, ma l’unica opzione politica in campo.  Ma ovviamente il M5S non è un’opzione per chi lo considera pericoloso e voterebbe per chiunque altro. Questo ragionamento – che ricorda vagamente il pensiero del medio progressista di Fantozzi – deriva probabilmente più da un senso di diffidenza per Grillo e Casaleggio, che per i ragazzi del M5S.

E invero, i discorsi ebbri di Grillo, le liturgie laiche di Casaleggio e il silenzio imposto ai militanti non possono non ricordare i tratti inquietanti di certi predicatori o ideologhi di un passato che ci siamo felicemente lasciati alle spalle. Al punto da indurre alcuni a preferire istintivamente il nulla, o – ancor meno – lo status quo. Questo riflesso condizionato è probabilmente la ragione ultima di tutti i più comuni pregiudizi verso il M5S, abilmente ingigantiti da un establishment che potrebbe rimetterci molto.

Ma a prescindere dall’analisi pavloviana e dai tatticismi dell’establishment, è legittimo liquidare Casaleggio e Grillo come un qualsiasi Ron Hubbard o un Billy Graham de’ noantri?

Sembra di no, e per diverse ragioni.

Innanzitutto per un’assorbente ragione di metodo: l’asse portante del pensiero del M5S è una governance che rimette agli elettori scelte che i sistemi tradizionali delegano agli eletti. Questo metodo - rappresentato simbolicamente dal “non statuto” – qualifica il M5S ancor più del merito delle proposte. Certo, non si può negare che le proposte del M5S siano di rottura, ma a ben vedere molte di esse mirano essenzialmente a introdurre meccanismi di decisione che prevengano gli inevitabili conflitti d’interesse degli eletti e consentano agli elettori di controllarne l’azione. Quindi, ancora una volta, il metodo prima del merito.

Il M5S è quindi un movimento essenzialmente anti-ideologico, essendo idoneo a farsi portatore di qualsiasi idea, tanto da puntare al 100% degli elettori: un paradosso che si realizzerebbe se il suo metodo fosse adottato da tutti. E in effetti il successo del M5S deriva in buona parte dall’incapacità dei partiti di riformare sé stessi, come è stato giustamente osservato.

I percorsi politici di Grillo e Casaleggio sono poi di gran lunga meno inquietanti di quelli di molti dei nostri politici, senza scomodare quelli dei dittatori: non si sono affermati tramite la politica, ma da affermati si sono messi al suo servizio; non si propongono come capi, ma come divulgatori e garanti. Chi li accusa di non adottare internamente le regole che predicano finge poi di confondere il gioco con le sue regole, come se un liberale fosse accusato di essere intollerante verso i dogmatici. La verità è che nessun sistema aperto può funzionare senza regole rigide: anche le mani invisibili funzionano perché fondate su principi indiscussi, come la proprietà privata per il mercato, o i pilastri per la scrittura delle voci di Wikipedia.

E’ ovviamente lecito dubitare che il metodo proposto dal M5S funzioni o non rischi derive plebiscitarie. Senonché l’esperienza sembrerebbe dimostrare il contrario: la democrazia diretta funziona benissimo in Svizzera, uno dei paesi più avanzati al mondo, e le scelte collettive si rivelano spesso più sagge di quelle individuali o di gruppi ristretti. Ma il M5S non propone solo democrazia diretta ma anche azione diretta, come la class action, e colpisce nel segno quando constata la sostanziale inutilità delle authority e ne propone – forse provocatoriamente – l’eliminazione. Per reagire all’indolenza delle authority più che una class action ci vorrebbe forse una derivative action, ma in fondo è un tecnicismo: la chiave di lettura è ancora nella restituzione del potere – in questo caso di controllo – al cittadino.

 

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