Quasi tutti ritengono che l’inefficienza e l’ipertrofia del settore pubblico siano i problemi fondamentali dell’economia italiana.
Quest’opinione è testimoniata da tutte le notizie che quotidianamente ci scandalizzano: dai forestali calabresi, alle comunità montane, alle ostriche “di destra” e cozze pelose “di sinistra” (come le avrebbe chiamate Gaber).
Tuttavia, ogni giudizio di efficienza sul settore pubblico non può prescindere dalla sua funzione: non si può considerare “spreco” il sostegno a chi non riesce a trovare lavoro. Ed è difficile credere che i forestali calabresi o i dipendenti delle comunità montane riuscirebbero facilmente a trovarne un altro. Perché, quindi, considerarli “sprechi” del settore pubblico? Se il sistema deve farsene carico, non è meglio che almeno facciano qualcosa?
Gli economisti sostengono che la confusione fra ammortizzatori sociali e pubblico impiego sia dannosa, perché determina distorsioni nel mercato del lavoro e inefficienza: meglio più flessibilità, sostengono, e riqualificazione dove c’è la vera domanda, anche se il costo è lo stesso. Solo così potremo avere al tempo stesso occupazione ed efficienza.
A lungo termine.
Ma nel breve termine è improbabile che il settore privato riesca a riassorbire la disoccupazione creata dalla crisi e destinata ad aumentare per effetto di tagli alla spesa: l’economia è in caduta libera e non s’intravvedono nuove chimere – come la new economy o gli immobili purchessiano - che alimentino una ripresa tanto istantanea quanto effimera.
Almeno per ora, quindi, non sarebbe meglio tenerci anche i più pittoreschi dipendenti pubblici, piuttosto che pagarli per non far niente o per partecipare a velleitari programmi di riqualificazione?
Certo potremmo almeno incominciare a tagliare voci di spesa che non determinino aumenti automatici degli ammortizzatori sociali. Ma l’esperienza degli “esodati” ci insegna che c’è sempre qualcuno che ci rimette. E se non fossero i dipendenti (pubblici o privati) sarebbero i fornitori della pubblica amministrazione. Siamo sicuri che sia giusto tagliare la spesa in piena recessione? Non è il contrario di ciò che diceva Keynes?
Molti sosterrebbero che non abbiamo scelta: dobbiamo tagliare la spesa pubblica perché dobbiamo ridurre il debito, o – più democristianamente – perché ce lo chiede l’Europa. La teoria del “dobbiamo perché dobbiamo” – fondata su imperativi kantiani e quindi né dimostrabili né confutabili razionalmente – può solo essere accettata o rifiutata sulla base di convinzioni personali.
Altri sosterrebbero più “scientificamente” che tagliare la spesa serve anche - e per alcuni soprattutto - a ridurre le imposte. Tuttavia, persino uno studente di economia sa che non c’è differenza fra spesa pubblica e riduzione delle imposte, che non a caso è chiamata anche tax spending. Quindi, tagli della spesa mirati alla riduzione delle imposte sarebbero neutri dal punto di vista macroeconomico – almeno nel breve termine – ma restituirebbero risorse ai privati, sull’assunto che questi ultimi sappiano impiegarle meglio: è l’arcinota teoria della scuola economica di Chicago, adottata dalla destra repubblicana americana fin dai tempi di Reagan e più recentemente anche dalla nostra sinistra liberale. Ironicamente alcune tesi dei liberali di sinistra americani – come quelle di Krugman sulla politica monetaria e sulla bilancia dei pagamenti – assomigliano a quelle della nostra destra, ma questa è un’altra storia.
Ma è vero che un settore pubblico contenuto e imposte basse siano un bene per l’economia?
Preliminarmente occorre ricordare che gli economisti ritengono che il bene di un’economia consiste nella quantità di cose prodotte e consumate, a prescindere dalla loro allocazione, effetti durevoli ed esternalità. Si tratta ovviamente di una concezione puramente quantitativa e incompleta, che non tiene conto di importanti fattori distributivi e qualitativi. Ma limitiamoci per il momento a accettare questa prospettiva da “tubo digerente” di un popolo.
Non c’è dubbio che sul piano delle cose prodotte i privati abbiano dimostrato di essere più bravi ed efficienti del settore pubblico, soprattutto grazie al processo di “distruzione creatrice” Shumpeteriana che ha favorito la crescita delle idee migliori e delle imprese più efficienti. Tuttavia, non è detto che i privati siano altrettanto capaci sul piano dei consumi, come dimostrano non tanto le spese Fiorito, quanto quelle dei più sobri paesi del nord Europa.
Ciò si evince dalla pressione fiscale di gran parte dei paesi del nord Europa, che è pari o superiore a quella dell’Italia, soprattutto considerando che i dati non tengono conto del sommerso e la pressione fiscale potrebbe quindi essere sovrastimata per il nostro paese. Confrontando poi la pressione fiscale con il Pil pro capite dei paesi OCSE, si potrebbe addirittura pensare che le imposte siano un bene: i paesi con la pressione fiscale maggiore sono anche fra quelli con il Pil pro capite più alto.
Tutti, tranne l’Italia.

E quindi verosimile che l’anomalia dell’economia italiana dipenda non tanto dalla dimensione del settore pubblico, ma dal suo funzionamento, che produce non solo servizi pubblici inadeguati e inefficienti, ma spesso anche totalmente inutili, se non dannosi per l’economia.
E’ noto, poi, che il fallimento di gran parte dei tentativi di migliorare il funzionamento del settore pubblico è dipeso da un apparato burocratico rigido e clientelare.
In questo contesto la spending review potrebbe quindi essere utile non tanto per ridurre la spesa pubblica nel suo complesso, quanto per riallocarla più utilmente, innescando anche nel settore pubblico quei meccanismi di “distruzione creatrice” Shumpeteriana che hanno permesso ai privati di rinnovarsi e migliorare nel tempo.